Raro
Il gioco dei destini
Destino
Destino: era ossessionato da questa parola.
La studiava e la analizzava da anni, ne osservava le molteplici sfaccettature, cercando di comprenderle, di darvi una forma ben definita. Voleva trovare delle prove inconfutabili della sua esistenza, andando ben oltre il significato e l’etimologia della parola.
Aveva condotto ricerche accurate, partendo dai testi dei filosofi dell’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri. Ne aveva studiato le rappresentazioni, sia nella letteratura che nel teatro.
Sentiva il bisogno di un sostegno, anche scientifico, alle proprie argomentazioni.
Il destino rappresentava per lui una questione spinosa, a causa della quale si era spesso scontrato con studiosi e religiosi. Ogni volta si lasciava prendere dalle tesi che esponeva con passione quasi febbrile, tentando di dimostrarne l’ineluttabilità.
Tre semplici sillabe — de-sti-no — racchiudevano per lui un’infinità di mondi e di possibilità. Quel suono breve e scivoloso si insinuava nella sua mente ogni giorno, senza concedergli tregua.
Era davvero lui l’artefice delle proprie scelte, oppure una mano invisibile guidava il suo percorso, lasciandogli soltanto l’illusione del controllo?
Si chiedeva se seminare piccoli indizi sul cammino altrui potesse attirarli nella propria esistenza, permettendo così al destino di tracciare la sua rotta.
Rifletteva profondamente sul significato dell'essere umano: Siamo solo un granello di sabbia nel letto di un fiume che un giorno, rigonfio d’acqua, raggiungerà il mare, alimentando la nostra fonte di vita. Siamo vita che alimenta la vita.
Consapevole dell’immensità di quel dilemma, sentiva però il bisogno di riportarlo a sé, di ridurlo a una domanda più semplice e brutale: riuscirò a ottenere ciò che sento di meritare, nonostante gli errori del passato?
Lena
La fila alla cassa era piuttosto lunga. La libreria quel giorno era più affollata del solito. Ma Lena adorava quel posto, l’atmosfera in cui s’immergeva non appena vi metteva piede l’avvolgeva completamente, fino a farle dimenticare ogni altra cosa. Forse il profumo della carta che permeava l’aria, i colori delle copertine dei libri sistemati ordinatamente negli scaffali, il gironzolare silenzioso delle persone alla ricerca del volume giusto da portare a casa; tutto quell’insieme di cose le rendeva piacevole trascorrere del tempo lì dentro.
C’era da dire che non si trattava di una piccola libreria di quartiere, bensì di un enorme negozio su tre piani, che possedeva anche una fornitissima ala destinata alla musica e un’altra alla cartoleria, con originali e sfiziosi gadget ai quali lei non riusciva a resistere. Era quasi scontato che insieme ai libri acquistasse una penna, dei colori, un album da disegno, un piccolo notes, un pacchetto di carta da lettere. Insomma, qualunque cosa attirasse la sua attenzione.
Spesso e volentieri saliva all’ultimo piano e si attardava a leggere qualcosa, seduta su una delle poltroncine disposte davanti all’ampia vetrata che si affacciava sulla strada. Di tanto in tanto si distraeva osservando la gente passeggiare placidamente fermandosi a guardare le vetrine, oppure si soffermava ad analizzare l’aspetto delle persone in attesa davanti alla fermata dell’autobus. Chissà perché le suggerivano sempre delle storie bizzarre, che lei avrebbe voluto trasformare in racconti, e per questo a volte diventavano i protagonisti delle sue illustrazioni.
In definitiva, amava leggere e disegnare. La lettura era sempre stata il suo rifugio, la sua isola felice nei giorni di tempesta, il mondo parallelo a cui si aggrappava tutte le volte in cui aveva bisogno di mettere al riparo l’anima dai dolori della vita. Il disegno, invece, era il modo migliore per riappacificarsi con essa.
I libri e la sua adorata Martina erano tutto ciò a cui teneva fermamente. Pur essendo ancora giovane non chiedeva nient’altro, forse per paura di ulteriori delusioni.
Lena era una lettrice accanita. Divorava almeno un romanzo alla settimana, ragion per cui si recava frequentemente in libreria. Avrebbe potuto portare a casa una bella scorta di volumi e leggerli con calma, ma considerato che quel luogo le era anche d’ispirazione per il suo lavoro di disegnatrice, preferiva andarvi tutte le volte che poteva.
In genere era da sola; qualche volta accompagnata da un’amica. Quel giorno, invece, aveva portato con sé la figlia Martina, che aveva da poco compiuto dodici anni.
Gabriel
Aveva appena consegnato al direttore della libreria il suo carico prezioso, costituito da un volume molto ricercato nell’ambiente letterario, che il suo professore di lettere antiche aveva chiesto di affidare direttamente nelle mani del signor Paoletti, o di nessun altro.
Non capiva minimamente perché si fosse rivolto a lui per far recapitare quel testo, ma ne aveva approfittato per dare uno sguardo alle ultime uscite nello scaffale dei bestseller della settimana. Fin da ragazzino adorava scrivere, e l’amore per i libri era venuto da sé.
Quando aveva confidato alla madre il desiderio di iscriversi alla facoltà di Lettere, lei aveva serrato le mascelle, chiaramente contrariata. Sapeva del suo interesse per la letteratura, non ne aveva certo fatto mistero, ma a sua madre non era mai andato a genio più di tanto. Riteneva che gli sbocchi lavorativi fossero pochi e avrebbe preferito che s’iscrivesse a una facoltà scientifica con un indirizzo più moderno e di maggior respiro, che potesse garantirgli un futuro immediato.
Era dispiaciuto che lei non condividesse la sua passione, anche perché su tutto il resto si trovavano in perfetta sintonia. La madre era la donna più importante della sua vita: l’amica, la confidente, la sostenitrice di ognuna delle sue bizzarrie. Comprendeva il suo animo irrequieto e lo aiutava a trovare tranquillità e conforto nei momenti di bisogno. Lo sosteneva praticamente in tutto, eppure raramente l’aveva vista con un libro in mano. Si era limitata a leggere le sue poesie senza fare troppi commenti e senza approfondire i temi che lo avevano ispirato, e questo lo aveva ferito non poco. Più di una volta aveva chiesto spiegazioni su quella ritrosia nei confronti della lettura, ricevendo solo risposte vaghe ed evasive.
Quell’atteggiamento, per lui, era inconcepibile e costituiva un mistero che, prima o poi, sarebbe riuscito a svelare.
L’espositore girevole dei bestseller era messo a bella posta davanti all’ingresso, in prossimità delle casse, e lui notò che quel giorno erano piuttosto affollate, soprattutto perché su tre a disposizione ne era aperta soltanto una.
Una ragazza piccolina, con i capelli ricci e biondi raccolti ordinatamente sul capo, si affannava per cercare di smaltire velocemente i pagamenti e far scorrere la fila. Passava rapidamente il lettore sul codice a barre dei volumi e li riponeva nel sacchetto di carta, mentre i clienti pagavano in contanti o con POS. Alzava brevemente lo sguardo, li ringraziava con un cenno e passava al prossimo. Sembrava una specie di automa e Gabriel trovava la cosa nettamente in contrasto con l’aspetto delicato e gentile della ragazza.
Si domandò d’istinto, come una sorta di sfida, se sarebbe riuscito a far soffermare su di sé quegli occhi per più di qualche secondo. Ma non aveva ancora scelto alcun libro da acquistare e non poteva certo presentarsi alla cassa a mani vuote. Decise quindi di spostare l’attenzione sui titoli che aveva davanti, cercando qualcosa che lo soddisfacesse o che, almeno, lo incuriosisse.
I gialli psicologici erano tra i suoi preferiti, ma in quel periodo aveva voglia di leggere qualcosa di diverso, di più profondo. Fu attratto dalla copertina di un volume e lo prese per osservarlo meglio e leggere la trama sul retro. Sembrava una storia interessante, ma non conosceva l’autore. Lo trattenne e passò oltre. Prese a far girare l’espositore, senza rendersi conto che dall’altra parte c’era un signore che stava guardando a sua volta. Vedendo il cilindro ruotare all’improvviso, quest’ultimo si fece indietro con un balzo.
«Oh, mi scusi!» esclamò Gabriel, riportando subito l’espositore nella posizione originaria.
«Fa niente. Ha trovato un testo interessante?» lo interrogò l’uomo, vedendo che aveva già scelto qualcosa.
«Non saprei. Lo tengo tra le possibili scelte. Lei lo ha letto?» domandò a sua volta, mostrando la copertina e notando il leggero sorriso sulle labbra dello sconosciuto.
«In realtà sì. Glielo consiglio» rispose seccamente.
Gabriel guardò ancora una volta indeciso l’immagine dal colore blu intenso, che lo aveva ammaliato di primo acchito.
«Anzi, sa che le dico?» proseguì l’uomo. «Vorrei regalarglielo io. Lo dia a me, stavo giusto andando alla cassa per pagare.»
Gabriel gli rivolse uno sguardo perplesso, senza sapere cosa dire, ma visto che insisteva lo lasciò fare.
Era una situazione alquanto singolare, però non si oppose; come si suol dire, “a caval donato non si guarda in bocca”.
Erika
Quel giorno aveva dovuto accollarsi un doppio turno per coprire l’assenza di una collega che aveva preso qualche giorno di ferie.
Non ci voleva proprio in quel momento: era sotto pressione con lo studio, doveva dare una materia piuttosto pesante e si portava dietro ancora qualche strascico della relazione sentimentale appena conclusa.
Si sentiva sfinita. Era in libreria da più di otto ore, ben oltre quanto il contratto part-time le consentiva di fare, ma non se l’era sentita di dire no al direttore. Si mostrava molto disponibile nei suoi confronti, ed era sempre meglio avere qualche favore da riscuotere che il contrario.
Non capiva perché quel giorno vi fosse tanta confusione, era un normale mercoledì di febbraio e faceva pure parecchio freddo. Ovviamente, considerati gli standard della regione in cui viveva. Febbraio era sicuramente il mese più freddo, ma le temperature difficilmente arrivavano allo zero, e in ogni caso solo per pochi giorni. Era certa che nell’arco di un mese le cose sarebbero cambiate rapidamente; le giornate cominciavano già ad allungarsi e la temperatura avrebbe iniziato a salire di qualche grado.
Alzava e abbassava il capo rapidamente, solo per scansionare il codice dei libri da passare alla cassa, faceva pagare i clienti, li ringraziava cordialmente e li invitava a tornare per un nuovo acquisto.
«Desidera un sacchetto? Benissimo… grazie per essere venuto a trovarci… spero di rivederla presto!»
Guardò l’orologio che aveva al polso, un nuovo modello di smartwatch che la teneva sempre aggiornata inviando notifiche direttamente dal cellulare.
Le diciassette e trenta. Presto Lorenzo sarebbe venuto a darle il cambio, era già in ritardo.
Scrutò in fondo alla fila e tirò uno sbuffo di sconforto; non accennava a diminuire e i clienti continuavano a entrare dalla porta a vetri automatizzata.
Non vedeva l’ora di tornare nella sua camera, all’interno di un appartamento di tre vani che condivideva con altre due studentesse. Aveva bisogno di una doccia calda e poi di mettersi a studiare; sarebbe andata avanti fino a notte fonda, fin quando non avesse raggiunto l’obiettivo che si era prefissata per quel giorno.
Dopo la fine del rapporto con Stefano, non avrebbe permesso a null’altro di distoglierla dallo studio e dal conseguimento della laurea. Aveva già programmato di iscriversi a un master in filosofia a Londra ed era per guadagnare qualche euro in più che, quando possibile, faceva gli straordinari alla libreria.
I genitori la supportavano come potevano, pagando l’affitto della stanza, ma per il resto lei desiderava mantenersi da sola. Era testarda e indipendente, una ragazza concreta, a dispetto del campo di studi del quale era appassionata fin dai tempi del liceo.
Poteva apparire insolito, ma in lei convivevano due differenti personalità: una concreta, metodica, ordinata, e l’altra più eterea, propensa a scavare a fondo nelle problematiche e nell’essenza delle cose, cercando di sviscerare significati profondi. E per fare questo si avvaleva delle conoscenze dei più grandi filosofi della storia, elaborando infine le proprie teorie.
Quella, forse, era stata la causa della rottura con Stefano.
I doni
Il turno di Lena era ancora lontano: contò le persone davanti a lei, cinque in tutto, e ognuna con almeno due o tre articoli da pagare.
Erika, la cassiera che ormai aveva imparato a conoscere, sbrigava i clienti con rapidità. Ma una sola persona, con quella confusione, era comunque insufficiente.
Nel frattempo Martina gironzolava attorno all’espositore cilindrico con i bestseller e ogni tanto prendeva un libro in mano per leggerne la trama, in attesa che la madre la raggiungesse per andare via dal negozio.
Lo sguardo di Lena vagava per l’enorme sala, alla ricerca di qualcosa con cui distrarsi mentre attendeva. Alla fine lo riportò davanti a sé e fece qualche passo avanti. Era il turno di un signore alto, che sovrastava tutti gli altri con la sua statura intorno al metro e novanta. Ma quello che la colpì all’improvviso fu la percezione di una strana energia, che proveniva proprio da quell’uomo. Per di più poteva vederlo quasi del tutto di spalle, solo una piccolissima parte della nuca e del profilo, nascosti dietro il colletto alzato del cappotto che indossava. Trovò strano quell’abbigliamento. Nessuno più indossava quel capo, al massimo un soprabito tre quarti. Lo giudicò un po’ bohemien, nonostante il taglio fosse elegante, così come la stoffa di buon pregio. Probabilmente era lui ad avere l’aria dell’artista, con quei capelli brizzolati lasciati crescere un po’ più lunghi sul collo. Aveva le spalle larghe e il fisico longilineo, ma da quella distanza e angolazione non riusciva a determinare con esattezza l’età.
Il respiro di Lena si era fatto più lento e pesante, come se faticasse a tirare fuori l’aria dal corpo e fosse tentata di trattenerla dentro.
Che sensazione strana! — Si disse, pur continuando a osservare la figura.
Notò che teneva in mano quattro volumi, e sembravano essere tutti uguali, a giudicare dal colore blu intenso della copertina. Porse i libri a Erika, affinché li battesse alla cassa, e poi estrasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni.
La ragazza sorrise e gli rivolse qualche parola, ma da così lontano, e con il brusio di sottofondo della gente che chiacchierava, non riuscì a distinguere ciò che dicevano.
Mentre la cassiera prendeva un sacchetto per deporre dentro i volumi, l’uomo la bloccò con un gesto della mano, ne prese uno e si girò indietro rivolgendo un sorriso alla donna che aspettava il turno alle sue spalle.
Finalmente Lena poté vederlo in volto e quella sensazione di energia, di attrazione ingiustificata, rimase immutata. Non s’intensificò né andò a scemare; era indipendente dall’aspetto della persona che la emanava.
Era attraente, sì, ma più che nell’aspetto lo era nei modi, nella gestualità, nel portamento.
Solo per un brevissimo istante le parve che i loro sguardi s’incrociassero, ma pensò subito di essersi sbagliata, perché lui stava consegnando alla signora uno dei libri che aveva appena acquistato, e lei, stupita e lusingata, lo accettava dalle sue mani.
Subito dopo lasciò un altro volume sul bancone e disse qualcosa a Erika, facendo un cenno all’indirizzo di un ragazzo anche lui in fila, ma più indietro. Lei annuì, lo salutò gentilmente sorridendo e passò al cliente successivo.
Lena non riusciva a comprendere la scena a cui aveva assistito e notò che altri clienti stavano commentando la stessa cosa, mossi dalla medesima curiosità.
«Martina, hai visto?» domandò alla figlia, che nel frattempo si era affiancata per porgerle un libriccino che desiderava la madre le comperasse.
«Che cosa, mamma?»
«Quel signore che ha appena pagato, ha comprato quattro libri uguali e ne ha regalati due… a degli sconosciuti.»
«E come fai a sapere che non li conosceva già?» sottolineò la ragazzina, arguta.
«Non lo so… forse a giudicare dalle loro espressioni. Chissà di che libro si tratta, ha una bella copertina blu intenso…»
Nel sentire la descrizione, Martina tirò la manica della madre per attirarne l’attenzione. «Guarda, mamma. Forse è quello lì!» disse indicando l’espositore all’ingresso.
Sembrava proprio quello. «Me lo vai a prendere, per favore, tesoro?»
«Certo!»
Un istante dopo la ragazzina porgeva il libro alla madre. «Ho letto la trama. Sembra bello, perché non lo compri?»
Lena lo prese in mano e osservò attentamente la sovracoperta. Poi, prima ancora di voltarlo per leggere la trama, fece scorrere le pagine tra le dita fino a ritrovarsi sul risvolto di copertina dove capeggiava la foto dell’autore e una breve biografia. Nel riconoscere immediatamente il misterioso signore che aveva regalato i volumi, ebbe un sussulto. Così era l’autore!
Mentre faceva ancora un passo avanti nella fila si voltò verso l’esterno della libreria cercando con lo sguardo tracce della presenza di quel soggetto magnetico. Lui era ancora davanti al negozio.
Con la coda dell’occhio lo vide scambiare delle battute con un’altra persona e poi salire in sella a una bicicletta. Si voltò un’ultima volta verso la vetrina della libreria e poi, con un colpo deciso di pedale, portò la bici sulla strada e si allontanò destreggiandosi tra le auto ferme al semaforo.
«Buonasera, signora.» La voce gentile della cassiera la costrinse a riportare l’attenzione all’interno. Prese i libri che teneva in mano e li porse alla ragazza. Intanto osservava la copia che l’uomo aveva lasciato sul bancone qualche istante prima, cercando di immaginare le ragioni di quel gesto. Forse era una nuova tecnica di marketing, un modo per attirare l’attenzione, per far parlare di sé.
«Ha preso anche lei una copia del libro Il firmamento?» domandò Erika.
«Sì, perché? Lei lo ha letto?»
«No, purtroppo al momento non ho il tempo di leggere libri che non siano testi universitari» rispose lei con una smorfia.
«Capisco. Mi domandavo solo… Quell’uomo, quello alto che era in coda poco fa, mi sembra somigli molto all’autore di questo libro» disse con voce titubante, nonostante fosse abbastanza certa di non sbagliarsi. Era una fisionomista, ma in quel particolare caso aveva provato una strana alchimia.
«Davvero!?» La ragazza corrugò la fronte e prese il volume sul bancone. Aprì il risvolto di copertina e guardò la foto, poi esclamò sorpresa: «Ha proprio ragione, era lui!».
«Pensavo che lo sapesse già. Il direttore non era al corrente della presenza di un autore all’interno della libreria?»
Mentre Lena ed Erika scambiavano qualche battuta, incuriosite dalla vicenda, la gente in coda cominciava a rumoreggiare.
«Oh, mi scusi! Ma c’è troppa confusione stasera, non posso proprio fermarmi a commentare» disse la ragazza con un sorriso contrito.
«Non c’è problema, lo capisco.» Lena pagò gli acquisti con la carta di credito e insieme alla figlia lasciò il negozio.
Intanto, più in fondo alla fila, Gabriel aspettava pazientemente il suo turno con in mano il libro di poesie che aveva deciso di acquistare. Voleva comunque arrivare alla cassa e scambiare qualche parola con quella ragazza.
Prima di andare via, il tizio misterioso gli aveva rivolto un ultimo sguardo e lui lo aveva ringraziato ulteriormente per l’inconsueto gesto di cortesia. Lo aveva osservato sganciare una bicicletta dal portabici e salirvi in sella, cercando di ripiegare alla meglio sotto al sellino i lembi del cappotto, affinché potesse pedalare.
Nel frattempo cercava di trovare qualcosa di originale da poter dire alla cassiera, senza dover dare apertamente l’impressione di voler flirtare con lei.
Alla fine si ritrovò davanti alla ragazza e l’unica cosa che riuscì a dire fu: «Salve!».
«Salve» rispose Erika, restando in attesa che le porgesse il libro. Ma vedendo che il ragazzo non avanzava alcun gesto, proseguì: «Hai scelto una bella raccolta».
Quella frase sembrò lo spunto giusto per Gabriel, che s’illuminò in volto. «L’hai già letta?»
«Diversi anni fa, in verità. Al momento non ho tempo per leggere.»
«Che peccato.» Gabriel era letteralmente ammaliato dallo sguardo della ragazza e perfettamente cosciente di stare facendo la figura dell’imbranato.
«Infatti» rispose seccamente, dando un’occhiata oltre il giovane e constatando il numero di clienti dietro di lui.
Poi riprese: «Sei convinto? Posso passarlo sul lettore?» chiese indicando il volume che teneva ancora saldamente in mano. «In ogni caso hai già qualcosa da leggere. Questo libro te lo ha regalato il signore che era in coda poco fa, ma immagino che tu lo sappia» disse avvicinandoglielo.
«Sì, sì, lo so. Ma in realtà non lo conosco e non so neppure perché abbia voluto regalarmi questo libro.»
«Allora? Che facciamo! Signorina, qua l’attesa è lunga, se lei si ferma a chiacchierare con tutti i clienti andiamo via a mezzanotte!» urlò qualcuno scocciato in fondo alla fila.
Nonostante avesse ragione, Erika gli lanciò un’occhiata di rimprovero per la reazione esagerata, poi finì di servire il ragazzo e gli consegnò la busta con i due libri.
«Che maleducazione!» disse Gabriel, continuando a fissare Erika negli occhi. «Magari un’altra volta potremmo scambiare davvero due chiacchiere.»
«Difficile, faccio sempre il turno alla cassa» rispose lei facendo spallucce.
«Come non detto allora, buon lavoro!» Lui non era certo il tipo che pregava una ragazza per poterla conoscere, anche se lei poteva valere la pena.
Non sapeva spiegarsi il perché, ma aveva la sensazione di aver sprecato un’occasione. E ne era sempre più convinto, altrimenti perché davanti a lei aveva perso tutto il suo charme, sentendosi indifeso e in balia del suo sguardo.
Lui credeva in determinati segnali.
